Home Racconti LA MAESTRA ELEMENTARE

LA MAESTRA ELEMENTARE

405
0
SHARE

Era la primavera del 1948 e io facevo la seconda elementare.Vivevo in una cittadina di provincia delle Prealpi Lombarde e si vedevano ancora le ferite della guerra, dei pesanti bombardamenti, dovuti alla presenza in zona di molte fabbriche,anche belliche..La scuola era ad un centinaio di metri da casa,nella stessa via,sulla quale si affacciavano sobrie villette mono o bifamiliari,dei primi anni del novecento.All’inizio ed alla fine della strada,due grandi ville nobiliari,con alberi secolari e lunghi viali di ghiaia,protette da alti muri imponenti e grandi cancelli in metallo.
L ‘orario scolastico prevedeva lezioni la mattina dalle 8,30 alle 12,30 ed il pomeriggio dalle 14 alle 16.Nella pausa di un’ora e mezza,c’era tempo per tutti di tornare a casa,a pranzo.In quel tempo,si usava, pranzare,in famiglia,a casa. Gli operai ed i muratori,invece,mangiavano sul posto,grandi pagnotte ripiene,preparate a casa,da mogli o madri.Mio padre,un militare d’aviazione,andava a lavorare in bicicletta, il mezzo di trasporto più diffuso.Il Giovedi ,non c’erano lezioni,si stava a casa.
Quel giorno,rientravo a scuola con mio fratello maggiore, dopo il pranzo.Ero allegro e soddisfatto come quasi sempre as quei tempi. L’aria era profumata dai tantissimi fiori , dei giardini delle villette.La strada, era poco trafficata,solo poche auto al giorno la percorrevano.Un fiume colorato di bambini col grembiulino blù ,percorreva la via.I più piccoli,accompagnati dalle madri o dai fratelli maggiori.L’allegro vociare, riempiva l’aria ,come uno sciame di api in volo.La scuola,in fondo alla via,era un grande edificio a tre piani dei primi del novecento.Mia madre,ci controllava,a me e mio fratello,dal balcone di casa e si ritirava solo dopo averci visto varcare il portone della scuola. Era molto orgogliosa di noi,perché eravamo due bei bambini educati, bravi,intelligenti e lodati da tutti. Io ero il primo della classe,ma non mi davo arie,ero umile e mi sentivo uguale agli altri.
Arrivati davanti a scuola,vedemmo tra i bambini e le madri, due giovanotti ;uno avrà avuto al massimo diciotto anni,magrissimo,l’altro,più grande ,sulla trentina,con la barba, con un gran fazzoletto rosso al collo.
I Comunisti !
Ne avevo un po’ paura,perché tutti dicevano brutte cose su di loro e mamma diceva sempre di star loro alla larga.Una signora,vicina di casa,amica di mamma, anziana vedova,ingobbita dall’artrite,una volta disse a mia madre che Stalin,il capo dei comunisti di tutto il mondo,nelle sue orge di palazzo,faceva servire ai compagni commensali,anche carne di bambini arrosto,bevendoci su litri di vodka.Le piccole vittime, erano i figli dei ricchi,dei borghesi,dei capitalisti sconfitti.Io chiesi a mamma,se noi eravamo ricchi o borghesi o capitalisti.Rispose di no,ma aggiunse,che eravamo cristiani,che andavamo in chiesa e che i comunisti, avrebbero imprigionato tutti i preti e perseguito tutti i cristiani.Io invece avevo sentito dire,che i preti li avrebbero tutti impiccati, con le budella dei nobili e dei re.Ma non lo dissi a mamma per non impressionarla.
Il giovane smilzo,portava una giacca consunta,corta,polsini della camicia sporchi,uscivano fuori dalle maniche.Le tasche erano deformate dalle troppe cose ingombranti che avevano contenuto negli anni.I calzoni corti alla caviglia,lisi come e più della giacca,avevano il classico rigonfiamento al ginocchio,per le innumerevoli sedute.L’altro,tarchiato,barbuto,portava un basco scuro in testa,giaccone da montagna,pantaloni alla zuava e scarponi.Era il capo,esperto e deciso.Sicuramente era un partigiano.I due, distribuivano volantini del Partito Comunista,proclami di pace,lavoro, libertà uguaglianza.Invitavano a gran voce a votare il partito comunista. C’era molta tensione nell’aria,lo scontro politico era al massimo,perché le vicine elezioni del 18 Aprile,le prime libere e democratiche nella storia d’Italia, sarebbero state decisive per il tipo di società nel quale vivere,negli anni a venire.Una scelta storica!Moltissima gente,aveva paura che potesseero vincere i comunisti .La campanella suonò e tutti ,in ordine. entrammo a scuola,lasciando fuori il mondo in tumulto.
L’aula era grande,ben illuminata da grandi finestre,che davano sulla strada e sui secolari abeti della grande villa di fronte.L’arredamento era classico di quegli anni,cattedra e banchi, in legno robusto,non pregiato,ma resistente agli anni ed agli alunni. Ci aspettava un’ ora di lettura ed un’ora di religione.Avevamo dalla prima classe,una maestra,giovane,sui trentacinque anni,brava ,attiva,energica ,e molto affettuosa.Una bella donna,dalle forme pronunciate;era sposata,con un operaio di un calzaturificio ,non aveva figli.
Una volta a posto,prendemmo tutti il libro di lettura e cominciammo a leggere,uno alla volta,man mano che la maestra ci chiamava. Non mi aveva ancora fatto leggere,quando entrò la Direttrice.Una donna sulla cinquantina,robusta,dall’aspetto antico,severa ma alla mano,disponibile con tutti.Ci alzammo tutti in piedi.Lei salutò la maestra,le parlò un poco sottovoce,poi si rivolse a noi e fece un lungo discorso sui pericoli esterni alla scuola,dovuti allo scontro politico in atto.Suggerì come dovevamo comportarci in ogni evenienza, come sommossa,adunate,risse e roba simile. Mentre lei parlava,la maestra cominciò a girare tra i banchi ed alla fine si fermò ,dietro di me.Mi mise le mani sulle spalle,mi accarezzò la testa ed aderì col suo corpo morbido , alla schiena.Sentivo sulla mia testa,il suo seno prorompente e profumato.Mi venne la pelle d’oca,come sempre,quando lei,mi stringeva a se,nelle più svariate occasioni.Ero percorso da brividi di piacere.Fermo, bloccato, sentivo un gran calore in corpo.Il respiro più intenso,i muscoli tesi,il cuore batteva forte,ma regolare.La direttrice parlava,ma io non sentivo più neanche una parola.La maestra si scostò da me.La direttrice aveva finito di parlare.Io rimasi fermo,non più protetto da lei,ebbi una sensazione di freddo,come se mi avessero tolto la coperta.Ci rimettemmo seduti e ricominciammo a leggere.
Giovedì mattina. Con due compagni di classe,io e mio fratello,andammo sul grande viale,dove si immetteva la nostra strada.Volevamo vedere “i comunisti”.Dai manifesti affissi su tutti i muri,sapevamo che ci sarebbe stato un corteo .Ovviamente mia madre non lo sapeva.Gli avevamo detto che andavamo a giocare nel giardino di un amico della via.Incuriositi ed un po’ intimoriti,aspettavamo con ansia l’arrivo della manifestazione.La gente sui marciapiedi passava svelta,andava per la sua strada.Una signora,passando ci disse di andarcene da lì,perché presto sarebbero passati i comunisti.Ci invitò a tornare subito a casa.Nel lungo viale,il traffico di biciclette andava scemando.Poche auto passavano veloci.Finalmente sul fondo del viale,preannunciato da una musica diffusa dall’altoparlante, sistemato su di una vecchia macchina,sbucarono bandiere rosse sventolanti, accompagnate dai canti dei manifestanti.Camionette di celerini,precedevano il corteo,attenti a che non ci fossero incidenti,scontri.Alcuni passanti si fermavano a guardare,altri impettiti facevano il saluto col pugno chiuso,altri invece sgaiattolavano come topi e sottovoce lanciavano maledizioni ed insulti ai manifestanti.Noi eravamo impietriti,emozionati, colpiti dallo sventolio di bandiere rosse,dalla forza dei canti dei “comunisti” in corteo,dai numerosissimi cartelli che chiedevano,pace, lavoro ,libertà ,giustizia. Quanti comunisti! Sfilarono per molto tempo,almeno così mi sembrò.L’aria era carica di tensione.Percepii provenire da quella gente che sfilava e cantava,un’onda gigante di forza,energia, volontà di lottare,di fare.Peccato che fossero comunisti, pensai.Il corteo era chiuso da tante camionette della polizia,cellulari e due camion di poliziotti.Il traffico di biciclette,tornò a percorrere il viale e noi tornammo soddisfatti e molto impressionati,nella nostra piccola strada,tranquilla e silenziosa.

Lezione di disegno.La maestra girava per i banchi a vedere i disegni che facevamo.Ci correggeva,ci incitava,ci gratificava.Io ero abituato alle sue carezze sulla mia testa,alla sua mano sulla mia spalla,ai suoi sorrisi.Dovevamo disegnare un fiore a nostra scelta.Potevamo inventare od anche copiare dai libri.Quel giorno decisi di disegnare un iris,visto sul libro.Ad un certo punto, chiamai la maestra, perché non riuscivo a fare una prospettiva.Lei arrivò sorridente, guardò il disegno,mi disse che ero bravo,mi accarezzò e si sedette accanto a me per aiutarmi.Le sue gambe,le coscie grandi e toste,premevano contro le mie gambette nude,che uscivano dai calzoni corti.Il suo busto era girato verso di me.Il suo seno prosperoso appoggiato a me.La sua voce era morbida e sensuale.Mi venne la pelle d’oca.Con il braccio destro,mi circondava tutto per guidare la mia mano destra sul foglio.Le sue parole dolci,il suo corpo caldo e profumato,mi eccitarono. Dentro di me, si scatenò una tempesta di sensazioni, forti,sconosciute,il respiro si faceva affannoso. Finì di guidare la mia mano,si complimentò con me e mi abbracciò forte forte.Il mio viso finì nella sua vistosa scollatura,tra i due seni prosperosi.Il cuore cominciò a battermi forte,accelerato ed il mio corpo subì una trasformazione, mai avvenuta prima, tra le gambe.Non sapevo cosa mi stava succedendo.Quell’organo che fino ad allora avevo usato solo per fare pipì,si era ingrossato e diventato duro come un bastone.Oscillava al ritmo del battito del cuore.Al piacere iniziale del contatto fisico,si era sostituita la paura ,uno smarrimento.Paura di morire col cuore impazzito.La maestra si alzò e dopo un’ultima carezza si allontanò.Rimasi stordito ,paralizzato per molti minuti.Pian piano il battito del cuore diminuiva,il respiro si faceva meno affannoso,più calmo.Il fisico tornò normale,ma la mente rimase stordita per tutta la lezione.Facevo le cose meccanicamente.
Dopo un’eternità,così mi sembrò, suonò la campanella del tutti a casa.Feci il breve tratto di strada di corsa.Salito a casa,non guardai nemmeno il gatto.Di solito,il felino,stava accovacciato in grembo a mia madre e quando sentiva i miei passi,che riconosceva tra gli altri,scendeva e con due salti,sedia e tavolo,saltava sulla credenza.Io entravo,e volendo giocare con lui,salivo su una sedia per prenderlo Iniziava una piccola lotta che mi riempiva le mani di graffi.Il costo del mio divertimento. Quella volta,invece mi chiusi subito in bagno,mi tirai giù i calzoni e le mutandine e con ansia mi guardai il pipì.Era normale,piccolo,rilassato,come sempre.Ma allora, cosa gli era successo,perché avevo avuto tanta paura ed anche tanto piacere.Un po’ mi tranquillizzai,ma lo chock ancora non era stato superato del tutto.Arrivò mio padre e ci mettemmo tutti a tavola per il pranzo.Io non avevo fame e rifiutai il minestrone.Ne ero ghiotto,perché mamma lo faceva buonissimo,molto saporito.Si preoccupò per la mia improvvisa inappetenza.Mi mise una mano sulla fronte e disse che ero caldo,dovevo avere un po’ di febbre.Me la misurò subito.Trentasette e mez- zo.Un po’ di alterazione,disse.Quel pomeriggio,restai a casa,a letto,a riposare.Mi fecero molte domande su cosa avevo fatto,se avessi mangiato qualcosa di strano, di insolito.Non avevo fatto niente di insolito ne mangiato nulla di strano.
La mattina dopo,ero di nuovo in classe,al posto mio.La maestra si informò , cosa mi era successo, come stavo, fu molto premurosa.
E venne il diciotto Aprile.Giorno atteso e temuto. Giorno di speranze e paure.Quella mattina, però,quando mi alzai e guardai fuori dalla finestra,tutto mi apparve come sempre;il sole,la luce,l’aria,gli alberi,le cose.Forse,le persone erano diverse. Quella domenica,andammo a messa presto,alle otto e mezza invece che alle dieci,come sempre.Il prete,alla predica,fece una specie di comizio.Ricordò a tutti di andare a votare e votare bene.Ripetè molte volte,che chi votava comunista sarebbe stato scomunicato,cioè fuori dalla chiesa e che avrebbe dovuto dirlo in confessione. Aggiunse anche, come diceva uno slogan,che nel segreto della cabina elettorale,Dio ti vedeva,mentre Stalin,no.Chiesi a mia madre,se anche i preti votassero.Certo!Tutti! Preti,frati,suore,monache anche di clausura.C’era bisogno di tutti.Usciti di chiesa,i genitori ci portarono a casa in fretta.Nella piazza della chiesa,di solito dopo la messa,la gente si fermava un po’ a chiacchierare,con amici,conoscenti. Quella mattina,si fermò poca gente a formare i soliti capannelli.Nell’aria c’era molta tensione, come una sensazione di pericolo imminente.In giro molti vigili,poliziotti e soldati.
Una volta a casa,i miei riuscirono per andare a votare.Io e mio fratello,ci sistemammo sul balcone che dava sulla strada,per vedere.Davanti alla scuola,nello spiazzo,c’erano un paio di camionette della celere.Ai fianchi del portone,due militari armati. La gente entrava ed usciva in continuazione.Tantissimi andavano a votare, non avevo mai visto la mia strada così piena di gente.Vidi i miei entrare,ero emozionato. Aspettai con ansia di vederli uscire.Cercavo di immaginare cosa stessero facendo,come si faceva a votare.Me lo avevano spiegato,ma se non si vede direttamente…..Io e mio fratello dovemmo aspettrare quasi un’ora.Quando li vedemmo uscire,esultammo!Avevano votato.Avevano fatto il loro dovere,i bravi cittadini,scelto il futuro dell’Italia.Che emozione!Quando rientrarono a casa,ci facemmo raccontare , nei dettagli, come avevano fatto a votare. Dopo il pranzo,la Domenica pomeriggio,eravamo soliti andare ai giardini pubblici,giardini molto belli,storici, giardini all’italiana,di una grende villa di nobili,ora del Comune.Quel giorno invece,rimanemmo a casa.Io e mio fratello,giocammo in giardino fino a sera.Il giornale radio delle venti,disse che la giornata elettorale era stata tranquilla,non vi erano stati incidenti,manifestazioni violente,sommosse,disordini o altro.Si aspettava però con apprensione,il responso,la decisione degli italiani.
Circa una settimana dopo ,finita la contesa,scemata la tensione,rientrati nella normalità,mi ritrovai di fronte al cancelletto della casa della maestra.Lei,incontrando mia madre,aveva detto che siccome ero molto bravo in matematica,le sarebbe piaciuto portarmi un po’ avanti,così in terza mi sarei trovato avvantaggiato.
A quei tempi,le elementari erano divise in due cicli,prima e seconda con una maestra/o e poi fino alla quinta con un altro maestro/a.Mia madre si sentì lusingata e disse che mi avrebbe mandato sicuramente da lei Giovedì. Quel giorno,quando non si faceva lezione,la maestra si dedicava ad aiutare,volontariamente,a casa sua,dei bambini che avevano qualche difficoltà a scuola,di tutte le classi,anche di altre scuole.Io invece mi trovavo li,perché ero troppo bravo!Titubai un poco a suonare,perché avevo un po’ di timore.Entravo in quella casa per la prima volta,solo con la maestra.Sentivo come un pericolo imminente.Non potevo andarmene;la maestra lo avrebbe riferito a mia madre.Io avevo provato a dire che non ci volevo andare,che tanto andavo bene.Ma mia madre fu irremovibile.E andai.
Suonai.Lei aprì subito la porta e mi accolse,inchinandosi,per abbracciarmi e baciarmi sulle guance.Quel contatto stretto,cominciò a farmi venire la pelle d’oca e farmi circolare del fuoco in corpo.Mi fece accomodare su una sedia al tavolo della sala.Una sala arredata con gusto,anche se sobriamente.Tra mille sorrisi e complimenti,lei mi parlò dolcemente ,dicendomi che cosa avremmo fatto di aritmetica.Mi calmai solo un poco,perchè rimasi sempre un po’ teso.Mi spiegò alcuni esercizi che mi fece poi ripetere.Si complimentava con me,perché apprendevo subito,con facilità.Andò avanti così per una mezz’ora.Decise di fare una pausa,per non affaticarmi.Mi invitò a sedere sul divano e mi offrì dei biscotti.Lei si sedette accanto a me,a stretto contatto.Comincia a provare sensazioni già provate.Pelle d’oca,intenso fuoco in tutto il corpo,il cuore batteva forte e mi rimbombava nelle orecchie,respiro intenso e veloce.Anche un po’ di paura.Lei mi parlava piano,dolcemente,cominciò ad accarezzarmi la testa.Mi diceva che non aveva figli e che avrebbe voluto un figlio come me.Mi accarezzava le spalle,le gambe nude.Senti prepotentemente ingrandirsi il pisellino, tra le mie gambe,il cuore ora correva all’impazzata,non capivo più niente,ero come paralizzato.Grande piacere ma anche paura.Ero fortemente eccitato.Lei mi strinse a se,dicendomi con calma, parole dolci,per bambini da una mamma,la mia faccia sul suo grande seno.Lei si levò la maglietta,rimase a seno nudo mostrando orgogliosa i suoi grandi seni,mi ci spinse il viso in mezzo.Senti il profumo inebriante della sua carne.Mise un suo capezzolo nella mia bocca invitandomi a succhiare,a immaginare di bere il suo latte.Cambiava i seni mentre mi accarezzava tutto con molta dolcezza.Il mio pene batteva al ritmo del cuore,duro come un sasso.Poi mi sentii come stordito,un forte dolore tra le gambe.Mi abbandonai,sul divano sfinito.Lei mi lasciò, continuando a parlarmi con voce calda,ad accarezzarmi la testa, pian piano calmandomi.Si ricompose rimettendosi la camicietta.Andò a prendermi un bicchiere di latte, che bevvi avidamente.Mi pettinò. Finalmente mi ripresi.Non smetteva di parlare, con voce calda,calma,suadente.Piano piano mi rilassai.Lei mi chiese di mia madre,che tipo fosse,se era dolce,se mi abbracciava e carezzava come aveva fatto lei.Risposi di no,che mia madre era molto severa,poco espansiva.Non mi abbracciava spesso.Mai così .Lei mi disse che non significava che non mi volesse bene, come lei.Ogni madre, manifesta il suo amore ai figli,in un modo tutto suo.Poi mi disse di non dire niente a mia madre dei suoi abbracci ,perché le madri, sono molto gelose e avrebbe avuto paura che finissi per amare di più la maestra che lei.Promisi di non dirle niente.Mi accompagnò al cancelletto.Tornai a casa e non dissi niente.Controllai ancora al gabinetto,se mi era successo qualcosa al pipì.Come l’altra volta,era tutto a posto. Solo i muscoli erano un poco indolenziti.
Andai a casa della maestra,altre due volte,prima della fine dell’anno scolastico, sempre per andare avanti in matematica.Venni promosso in terza con tutti dieci.Erano meritatissimi,guadagnati in classe.Ero o non ero il più bravo della classe?! Terminata la scuola,non la vidi più .Seppi che il marito,aveva trovato un posto migliore,da impiegato,in un salumificio di un’altra città.Vi si trasferirono in estate.
Vent’anni dopo,nel millenovecentosessantotto,mentre a Roma, infuriava la contestazione studentesca e cominciava la “rivoluzione proletaria”,io, che dal 1954 ero tornato nella mia città natale,entravo nello studio di uno psicanalista,per cominciare la mia “lotta dura e senza paura”, contro il complesso di Edipo.

GIAN LUIGI BELLINI – Roma 2015

SHARE
Previous articleUN ANNO PARTICOLARE
Next articleCURVE

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here